strage Heysel

Il 29 Maggio 2020 è ricorso il 35° anniversario della tristissima pagina di storia sportiva conosciuta come la “strage dell’Heysel” in cui ben 39 persone morirono e più di 600 rimasero ferite. Era la finale di Coppa dei Campioni tra la Juventus di Boniek e Platini e il Liverpool.

Sul sito di www.ntacalabria.it viene raccontata la storia di Peppe Genesio, originario di Melito Porto Salvo, in provincia di Reggio Calabria, ma emigrato a Rescaldina in provincia di Milano.

Genesio faceva parte del fans club della Juventus di Legnano (MI) e partì assieme alla cognata, al suo fidanzato e ad altri 50 con il Bus organizzato appunto da questa associazione di tifosi.

Il racconto sulla strage dell’Heysel

Chiedemmo informazioni e ci dissero eccolo l’ingresso. Non ti dico che sensazione di disagio ebbi. La porta di accesso era strettissima ed il famoso settore “Z” in cui si sistemarono famiglie con bambini e club di tifosi della juve.

Dopo meno di un’ora cominciai a vedere che vicino a noi, divisi soltanto da una misera rete per giardinaggio, stavano entrando i famigerati hooligans inglesi.

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Proprio la presenza degli hooligans inglesi scatenerà di lì a breve l’inferno.

I tifosi inglesi, ormai quasi tutti sbronzi, a ridosso del nostro settore cominciarono a lanciare verso di noi bottiglie di birra vuote miste a pietre che era facile procurarsi in quanto, incredibilmente, a portata di mano nel loro settore. In un battibaleno mi ritrovai schiacciato verso il “famoso e maledetto” muro dell’Heysel.

Non so come mi ritrovai sul terreno di gioco. Ma non potevo scappare, dovevo recuperare i miei parenti e grazie a Dio lo feci. L’unico mio pensiero era di scappare da quell’inferno perché pensavamo che da lì a breve sarebbe successa una guerra. Io assieme ad Emma ed Enzo ed un gruppo del Club ci accorgemmo che avevano aperto i cancelli e riuscimmo ad uscire.

Dopo la tragedia

Ripartimmo verso le 5 di mattina del giorno dopo con la morte nel cuore. Il viaggio è ancora oggi per me il più brutto della mia vita ed il più silenzioso. Nessuno aveva voglia di raccontare, tutti eravamo sotto schock. Riuscimmo a telefonare da un’area di servizio in Lussemburgo.

Piansi ed ancora oggi lo faccio. Avevo convinto io i miei cognati a venire in quel disastro e meno male sono riuscito a riportarli a casa. In caso contrario non credo me lo sarei mai più perdonato. Per almeno un anno ogni notte mi svegliavo con gli incubi e quel grido “Liverpool, Liverpool” in testa.

Ancora oggi mi capita ogni tanto, anche a distanza di 35 anni.